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LA DONAZIONE DI ORGANI

 

 

Dal 1967, anno in cui fu eseguito per la prima volta un trapianto di cuore, la medicina ha compiuto molti passi avanti nel settore dei trapianti di organo. La messa a punto di tecniche sempre più efficaci ha reso possibile l'applicazione su vasta scala di questa metodica per la cura di patologie altrimenti incurabili. Naturalmente la diffusione di questo genere di interventi rende necessaria la disponibilità di un sempre maggior numero di organi da trapiantare e quindi il problema, prima ristretto agli ambiti della sperimentazione medica, è diventato di interesse generale.

 

Nel nostro Paese la legge n. 91 del 1-4-1999 prevede che ogni cittadino maggiorenne debba esprimere la propria volontà di donare o di non donare i propri organi dopo la morte. L'eventuale silenzio, cioè la non esplicita dichiarazione di non voler donare i propri organi, sarà considerato assenso, per cui, in pratica, nessuno può esimersi dal prendere una decisione. Per i minorenni, sono chiamati a decidere i genitori.

 

 


 

LE PROBLEMATICHE DELLA SCELTA

 


 

Come cristiani evangelici, di fronte a questa problematica, sentiamo il dovere di confrontarci con la Parola di Dio, evitando di accettare o rifiutare in modo acritico le indicazioni che vengono da medici, sociologi, associazioni, mass-media, ecc. Non possiamo trovare nella Bibbia riferimenti espliciti al tema che stiamo trattando, ma i principi in essa contenuti possono essere di aiuto per una scelta meditata e responsabile.

 

Alcuni tra i problemi che più frequentemente ricorrono quando si affronta l'argomento della donazione di organi sono i seguenti:

 

 

  1. La dichiarazione di morte clinica. Come è noto, perché un organo possa essere espiantato, deve essere dichiarata la "morte clinica" del donatore, cioè lo stato in cui le cellule cerebrali non danno più alcun segno di attività. In tali condizioni organi e tessuti possono essere tenuti in vita grazie ad apparecchiature che consentono al cuore di continuare a battere e quindi di irrorare i tessuti di sangue. Ci si domanda: "In queste condizioni, si è in vita o no?". Dal punto di vista biblico, la morte è la separazione dell'anima e dello spirito dal corpo. Nel momento in cui il cervello non dà più segni di attività e dunque cessano le funzioni intellettive, razionali, emotive, affettive, anche a livello inconscio, è lecito ritenere che questa separazione sia avvenuta, giacchè è proprio la presenza dell'anima nell'uomo a determinare le funzioni di cui sopra. Un movimento puramente meccanico, artificialmente provocato da macchine, di un organo come il cuore e una serie di reazioni chimiche e fenomeni fisici che possono essere riprodotte in qualsiasi laboratorio scientifico, non bastano per poter parlare di vita dell'uomo, nel senso biblico del termine.

     

     

    Qualcuno potrà obiettare: "Ma non potrebbe fare un miracolo il Signore e ridare la vita a chi si trova ormai in uno stato di "morte clinica"?". Certamente ogni cosa è possibile a Dio: Lazzaro fu risuscitato da Gesù il quarto giorno dopo la sua morte! Ma le eccezioni non possono essere considerate regole. In ogni caso, ognuno deve valutare le cose secondo la propria fede, la propria conoscenza, la propria sensibilità spirituale.

     

     

  2. Il rispetto della sacralità del corpo. Alcuni prendono in considerazione il fatto che il corpo, dopo la morte, è destinato al disfacimento e dunque non c'è nulla di male se un organo che può dare la vita ad un ammalato senza altra speranza di guarigione viene donato. La Scrittura insegna che la vera "essenza" dell'uomo è la sua parte non materiale (anima e spirito) e, dopo la morte, la vita continua cosciente alla presenza di Dio o lontano da Lui e in questa condizione di esistenza il corpo non ha alcun ruolo.

     

    Altri, invece, ritengono che in ogni caso bisogna rispettare l'integrità del corpo umano datoci da Dio al momento della nascita.

     

    Anche qui, le valutazioni devono essere personali ed ogni opinione è degna di rispetto.

     

     

  3. La risurrezione fisica. La Bibbia insegna la risurrezione del corpo (1 Cor. 15; 1 Tess. 4:15-17; Apoc. 20:4,13). Qualcuno si chiede: "L'eventuale donazione di un organo condizionerà la risurrezione finale?". Naturalmente la risposta è no. La risurrezione sarà in ogni caso un miracolo di Dio; si tratterà di un corpo incorruttibile e glorificato; la materia di cui sono fatti oggi i nostri corpi non è idonea alla vita eterna: "Carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio; né i corpi che si decompongono possono ereditare l'incorruttibilità" (1 Cor. 15:50).

     

 

Queste poche note possono aiutare a capire che non ci sono ostacoli di carattere biblico e dottrinale a che un cristiano dia il proprio assenso alla donazione degli organi. Ma, d'altro canto, non intendono esercitare alcuna pressione in tale direzione, perché la scelta, come si è detto deve essere assolutamente personale e libera da condizionamenti. Le "Assemblee di Dio in Italia" non hanno assunto alcuna posizione ufficiale sul problema delle donazioni, proprio perché ogni credente deve poter scegliere sulla base della propria sensibilità e in piena libertà di coscienza.

 


QUALI MOTIVAZIONI


 

 

 

Ci sono altre domande che dovremmo porci: Perché si dovrebbero donare gli organi? Con quali sentimenti? Con quali scopi? La Bibbia insegna che le motivazioni con cui si fanno le cose sono molto importanti, ancora più importanti delle cose in sé. In 1 Cor. 13: 3 sta scritto: "Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo ad essere arso, e non avessi amore, non mi gioverebbe a niente" . Questo verso insegna che si può anche fare del bene al prossimo, ci si può anche immolare per un ideale o per uno scopo buono, senza essere animato dal sentimento che per il Signore è il più importante: l'amore.

 

Se qualcuno dicesse: "Do i miei organi solo perché tanto dopo la morte non me ne farei più niente", ci sarebbe amore in questa espressione? Se una madre affranta dal dolore per un incidente al figlio acconsentisse all'espianto degli organi al solo scopo di convincersi che in questo modo il figlio continuerebbe in qualche modo a "vivere" in un altro corpo, farebbe un gesto di vero amore? Onestamente dovremmo rispondere di no a queste domande.

 

Gesù disse: "Nessuno ha amore più grande di quello di dar la sua vita per i suoi amici" (Giov. 15:13), e l'apostolo Giovanni esorta: "anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli" (1 Giov. 3:16). Ecco, se l'amore per il prossimo, la generosità, l'altruismo sono i sentimenti che inducono un cristiano a donare i propri organi, si è in sintonia con il messaggio biblico. Solo su questa base un cristiano dovrebbe poter sentirsi spinto a donare i propri organi, non sulla base di considerazioni di utilitarismo medico-sociale, né di pressioni degli organi di informazione, né di adeguamento alle mode correnti. Pensare di poter ridare la speranza ad una persona altrimenti condannata alla morte, di poter riportare il sorriso e la gioia in una casa, può essere ragione più che legittima per decidere a favore della donazione. Un cristiano può vivere questa ipotesi solo come un atto di generosità, come risposta all'amore ricevuto dal Signore che pur essendo ricco, si fece povero per noi, affinché mediante la sua povertà, noi potessimo diventare ricchi (2 Cor. 8:9).

 

Bisogna guardarsi dallo spirito del mondo. La visione sempre più materialista della vita da parte di molti, porta a guardare al corpo dell'uomo come ad una macchina, meravigliosa e complessa, sulla quale potere intervenire sostituendo organi come pezzi di ricambio di una qualsiasi apparecchiatura meccanica. Naturalmente questa visione delle cose non può essere condivisa.

 

Così come non può essere condiviso il pensiero che l'obiettivo principale dell'uomo debba essere quello di assicurarsi un'esistenza quanto più lunga possibile, ritenendo che tutto si esaurisca nel breve volgere di questa vita. L'uomo è stato creato per l'eternità, per la gloria di Dio (1 Cor. 8:6) e la comunione gloriosa e felice con il Creatore (Apoc. 21:3,4).

 

Bisogna apprezzare ogni progresso della medicina che può alleviare le sofferenze degli uomini e guarire dalle malattie, ma non si deve permettere che la fede venga indebolita ed impoverita dal fatto che oggi possiamo contare sulla medicina molto più di ieri. La guarigione divina è parte integrante della dottrina biblica e della predicazione dell'Evangelo.

 

 

 


 

QUEL CHE CONTA DI PIU'

 


 

 

Un giorno Gesù, seduto di fronte la cassetta delle offerte del tempio, guardava come la gente versava il proprio contributo e dichiarò che l'offerta di una vedova, che in sé era molto modesta, era in realtà grande agli occhi di Dio, ed aveva un valore maggiore di tutte le altre, perché quell'offerta non era il superfluo, di cui poteva fare a meno senza problemi, ma era tutto ciò di cui disponeva e dunque privarsene significava esprimere un gesto di grande amore per il Signore e di grande fede nella Provvidenza di Dio (Mar. 12:41-44). Questo episodio ci insegna che vale di più ciò che costa di più. Dare un'ora del proprio tempo per stare vicino a qualcuno che ne ha bisogno, mettere in secondo piano il proprio svago o il proprio riposo per impegnarsi nell'opera di Dio, rinunciare a comprare qualcosa ed utilizzare la somma per aiutare qualcuno, mettere a disposizione le proprie risorse umane, affettive, spirituali per fare del bene, può valere di più che dare qualcosa, fosse anche il proprio cuore o qualche altro organo, che, dopo la morte, non serve più a niente e che dunque non ci costa nulla buttar via.

 

Vivere una vita in modo egoistico, chiusa alle necessità degli altri, sorda al grido di aiuto che da molte parti si leva, centrata solo sul proprio interesse e sul proprio piacere, e dichiarare che alla propria morte si è disposti a donare i propri organi, non è un grande segno di amore e di generosità. Agli occhi di Dio avrà più valore l'offerta di chi, in vita e in morte, avrà saputo rinunciare ad una parte di se stesso per amore degli altri.

 

Rodolfo Arata

 

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